adoro andare al cinema la domenica pomeriggio. passando magari per le strade del centro di milano, dove eventi e persone si mischiano nel primo sole primaverile. e poi scomparire all’interno di un cinema, con la sua atmosfera ovattata, chiudendo tutto il resto fuori fuori. con la consapevolezza che la città non dorme ma, anzi, è sveglia e attiva. al contrario di quanto avviene durante le proiezioni serali, se ne può sentire il respiro, il battito.

mi piace scegliere, in queste occasioni, film sconosciuti, improbabili, che nessun amico sano di mente mi accompagnerebbe mai a vedere, se non per farmi un favore. e io detesto quando sento che il film non piace a chi è con me. mi sento responsabile, e alla fine non me lo godo neanch’io. il pubblico pomeridiano, inoltre, è molto più selezionato di quello serale. non commenta a sproposito, né prima, né dopo il film; non parla durante la proiezione; non rumina; non si alza prima della fine dei titoli di coda.
insomma, un paradiso.

ecco, la domenica pomeriggio mi sento libero di andare a vedere quello che davvero piu mi stuzzica, spesso senza ragione. piccole storie, magari opere prime, curate con attenzione artigiana. casting caserecci eppure efficacissimi. pochi (più spesso nessuno) effetti speciali ma tante idee; soprattutto, dialoghi essenziali e folgoranti. e tanta fisicità.

sociologia libresca

31 dicembre 2009

il rapporto che le persone instaurano con i propri libri è una di quelle cose che mi hanno sempre affascinato tantissimo, come fosse la trasposizione esteriore di più recondite intimità. un pò come le briciole dopo pranzo, che testimoniano eloquenti i sapori, i colori e, a volte, addirittura l’atmosfera del pasto. allo stesso modo, il rapporto più o meno conflittuale, più o meno protettivo, più o meno feticista, che ci lega ai nostri libri mi ha sempre dato l’impressione di raccontare, di noi stessi, qualcosa di più complesso e profondo.
 se cercassimo un parolone – e noi di certo non lo cerchiamo – potremmo definirlo un indicatore dell’animo umano.

tra le persone che conosco c’è chi i libri li legge solo a casa, per evitare di stropicciarli; c’è chi, per lo stesso motivo, compra due edizioni diverse dello stesso libro – una tascabile e magari un ramo d’oro Adelphi -; c’è chi li preferisce “vissuti” e li porta sempre con sè; c’è chi non li presta, se non a una ristrettissima e selezionatissima cerchia di persone; e c’è chi li tratta con noncuranza, chè devo leggerli e non allestirci un museo.

e poi c’è chi li sottolinea (a matita, a penna o, addirittura – barbarie inarrivabile – con l’evidenziatore), chi scrive delle piccole note a margine, chi le note non le scrive sul libro ma su un quaderno o un blocchetto apposito (spesso una moleskina); c’è chi tiene il segno facendo un orecchio alla pagina, chi usando un segnalibro, chi servendosi dell’interno della prima pagina (ove possibile), chi non tiene il segno se non a memoria, perchè intanto che cerca il punto in cui ha interrotto, ripassa la parte di libro già letta; c’è chi li compra nei megastore librai, chi nei negozietti sperduti in piccoli vicoli dimenticati, chi li ordina su internet, chi li prende in prestito in biblioteca; e c’è chi, una volta terminato il libro, scrive a matita sulla prima pagina la frase che reputa più importante o, quantomeno, più rappresentativa.

io ho sempre avuto un rapporto stranamente maniacale con i libri. dico stranamente proprio per la sua singolarità. da un lato ho sempre cercato di tenerli al meglio, odiando profondamente stropicciature, strappi, angoli ammaccati; dall’altro, però, ho sempre voluto che fosse evidente che li avevo letti io, ho sempre voluto poterci associare un viaggio, una canzone, una persona. li ho sempre portati con me, mentre li leggevo. l’aria opprimente della metropolitana, la sabbia del mare, il profumo di lisbona. cercando di non rovinarli, ma allo stesso tempo di farli impregnare di ciò che mi circondava, di ciò che respiravo in quel momento, per poterlo cristallizzare e portare indietro con me, in qualche modo per non lasciarlo fuggire via.
 adoro, aprendo un libro, ricordarmi dove l’ho letto e venire assalito salle sensazioni che gli avevo associato all’epoca.

come certe canzoni, che custodiscono al loro interno l’essenza stessa del nostro passato.

fallisco, dunque sono

29 dicembre 2009

ci piacciono i progetti fallimentari. occorre essere onesti.

altrimenti ci saremmo iscritti a un partito politico o guarderemmo xfactor o diremmo che sono tutti ladri. e invece no. quindi qualche problema dobbiamo averlo, evidentemente. o forse ce l’hanno tutti gli altri, non saprei. forse non importa.

questo è un progetto fallimentare.

non farà cambiare idea a nessuno, ammesso che lo avesse mai voluto. non cambierà le cose, nè, forse, le renderà più chiare. non ci migliorerà la vita. anzi. di sicuro ci logorerà il fegato. a questo conducono oggi abitudini dimenticate come la discussione e la riflessione, la difesa del senso e delle parole, il buonsenso e il rispetto per l’intelligenza. la verità.

perchè la verità esiste. senza contraddittorio e senza tifo. senza par condicio e senza casacche. senza rispetto ma anche senza infamia. la verità in quanto tale. solo per l’amore della verità. per non farsi prendere per il culo. la verità come rispetto supremo per se stessi e come difesa della propria salute mentale e cerebrale.

scomparsi i maestri, dobbiamo fare da noi.

astenersi idolatri, ignoranti e uomini di partito. chè già avete fatto troppi danni.

perchè questo è un progetto fallimentare. che sia chiaro.